BENI COMUNI

I Beni Comuni
secondo Stefano Rodotà
Secondo Rodotà, i Beni Comuni “sono quelli funzionali all’esercizio di
diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, che devono essere
salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo,
proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni
future
”. Inoltre, si tratta di “beni
destinati al soddisfacimento di bisogni primari e diffusi, ad una fruizione
collettiva
”.
I Beni Comuni
così definiti svolgono funzioni indispensabili per ogni cittadino, presentano
un carattere di “scarsità”, ovvero non sono disponibili illimitatamente; essi necessitano
– di conseguenza – di una tutela e di una cura finalizzate alla loro
salvaguardia in favore dei cittadini del futuro. In una società basata sullo
sfruttamento economico delle risorse al fine di generare il massimo profitto, ci si deve interrogare sulla
possibilità che tali beni, per la funzione che svolgono, possano essere
sottratti da uno sfruttamento indiscriminato.
L’aspetto decisivo diventa la
precisa definizione del concetto di “funzione” dei Beni Comuni. Funzione che
implica necessariamente una critica al regime economico che li governa, a
partire dalla stessa  ridefinizione
del concetto di proprietà:  «c
di cui si parla, infatti, è un nuovo rapporto tra mondo delle persone e mondo
dei beni, da tempo sostanzialmente affidato alla logica del mercato, dunque
alla mediazione della proprietà, pubblica o privata che fosse. Ora l’accento
non è più posto sul soggetto proprietario, ma sulla funzione che un bene deve
svolgere nella società. Compare una
dimensione diversa, che ci porta al di là dell’ individualismo proprietario e
della tradizionale gestione pubblica dei beni. Non un’altra forma di proprietà,
dunque, ma «l’opposto della proprietà».
Con il termine si deve intendere non una reale assenza di
proprietà, ma una “titolarità diffusa”. Titolarità che comunque abbisogna di
una regolamentazione perché possano (i Beni Comuni) essere fruiti fuori da una
logica di mercato. Un esempio che ci viene in aiuto è la tradizione medievale
delle terre comuni, che venivano assegnate annualmente con modalità divenute
con il tempo tradizionali. Per quanto riguarda l’acqua, ad esempio,
bisognerebbe ripristinare delle fontane pubbliche dove, chi non può pagare il
servizio tramite rete idrica, può almeno recarsi nel luogo di fruizione del
Bene Pubblico acqua.
Va individuata la modalità di gestione di ogni singolo Bene Comune
dunque, cioè bisogna concretamente definire la questione relativa alla gestione
dei Beni Comuni. Come si governano beni a “titolarità diffusa”? «Devono
essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Indisponibili per il
mercato, i beni comuni si presentano così come strumento essenziale perché i
diritti di cittadinanza, quelli che appartengono a tutti in quanto persone,
possano essere effettivamente esercitati».
Un movimento politico, o un
gruppo mosso da finalità sociali che abbia tra i suoi elementi fondanti proprio
la tutela e la valorizzazione dei Beni Comuni, deve evitare di inflazionare il
termine. Dice ancora Rodotà: «… va evitato l’eccesso di riferimenti ai
beni comini. L’inflazione non è un pericolo soltanto in economia. Si impone,
quindi, un bisogno di distinzione e di chiarimento, proprio per impedire che un
uso inflattivo dell’espressione la depotenzi. Se la categoria dei beni comuni
rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, se ad essa
viene affidata una sorta di palingenesi sociale, allora può ben accadere che
perda la capacità di individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità
“comune” di un bene può sprigionare tutta la sua forza. E tuttavia è cosa buona
che questo continuo germogliare di ipotesi mantenga viva l’attenzione per una
questione alla quale è affidato un passaggio d’epoca».
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Un interessante intervento di Guido Viale:


“[…] Propriamente parlando il bene comune è una risorsa dalla cui fruizione non può essere escluso nessuno, pena la privazione, per la persona esclusa, di una componente essenziale dei suoi diritti di uomo e di cittadino. Così, nel mondo moderno, accanto a risorse che sono condizioni essenziali della vita e della sua riproducibilità, come le già citate acqua e aria, si possono porre prodotti artificiali, come l’accesso all’energia elettrica, alla mobilità, ai servizi sanitari, o a manifestazioni delle facoltà superiori dell’uomo come l’informazione, la cultura, l’arte, ecc. Ma a garanzia di questa non esclusione dalla fruizione devono intervenire forme di gestione del bene incompatibili tanto con la proprietà privata – per lo meno fino aala soglia al di sotto della quale l’accesso al bene è un’esigenza vitale o un diritto irrinunciabile – quanto con la mera proprietà pubblica, intesa come proprietà dello Stato o di una sua articolazione. La quale riproduce, a un livello più alto, tutte le potenzialità di esclusione proprie della proprietà privata. La gestione dei beni comuni deve essere una gestione condivisa: nel senso che tutti i potenziali fruitori possono – non necessariamente devono – partecipare alle decisioni relative al modo in cui il bene viene utilizzato o fruito.”  (di seguito il link)

I beni comuni non sono il bene comune

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