Seminario semestrale: Commofare e Mondi di vita comuni 3 lezione: I movimenti indo-latini in Abya Yala (*)

  note visione: il 25-2 è la data dipubblicazione non del seminario che si terrà il 27/2
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La Libera Comune Università Pluriversità Bolognina
 

Seminario semestrale: Commofare e Mondi di vita comuni

3 lezione: I movimenti indo-latini in Abya Yala (*)

Venerdì 27 FEBBRAIO 2015
Dalle ore 18.30  alle 20,30  

Le “timide luci” del mondo nuovo che in senso lato i movimenti dal basso  in America Latina tentano di costruire attraverso sguardi, analisi ed internità  di Gustavo Esteva e Raul Zibechi
Relatore Aldo Zanchetta interprete contemporaneo del pensiero di Ivan Illic e studioso dei movimenti sociali in America Latina
Accordatore Pino de March ricercatore sociale e componente della Accademia Comuni-mappe

                                                            
                                                                                                                                                                       Presso Spazio HUB 57  interno COMMUNIA                                                                                   Via Serra 2/f -Bolognina- autobus 17, 11, 27 (traversa di Via Tiarini, accanto Teatro Testoni)
Entrata Libera con contenuti open free source      

(*)
 L’espressione Abya Yala che viene ritrovata e dissotterrata dai nativi stà ad  indicare il nome dato al Continente sud-americano da parte dai nativi  Kuna del Panama e Columbia prima dell’arrivo  degli esploratori e conquistatori europei. Il significato originale dell’espressione ‘Abya Yale’  è  – terreno linfa vitale-. 
Presentazione della lezione e dialoghi interattivi

Disperdere l’Uno dispotico democratico in molteplici singolarità come forme di vita esistenziali, materiali e sociali dal basso non separate e non parallele ma interne alle comunit
 
 A
Emergenza di forme di resistenza alla distruzione dei territori e delle forme millenarie ea
co-antropologiche e di moltepici forme di vita comunitaria aperte

Gustavo Esteva e Raul Zibechi sono  due intellettuali attivisti de-professionalizzati latino-americani, sono da considerare i due più importanti analisti delle molteplici risposte dal basso dei movimenti indo-latini e latino-americani, che sono da considerare le forme emergenti della socialità del mondo indigeno-campesinos e dei marginali urbani nella rinata Abya Yale;  essi si oppongono e resistono ormai da anni al pensiero unico neo-liberista e al dispotismo democratico. L’espressione Abya Yale che viene ritrovata e dissotterrata dai nativi sta ad  indicare il nome dato al Continente sud-americano da parte dai nativi  Kuna del Panama e Columbia prima dell’arrivo  degli esploratori e conquistatori europei. Il significato originale dell’espressione ‘Abya Yale’ è ‘terreno linfa vitale’ . Il Continente impropriamente definito latino-americano a partire dalla fine degli anni novanta del secolo scorso, attraverso variegate insorgenze popolari,  da quella zapatista  del Chiapas messicano e passando per altre sollevazioni popolari in Bolivia all’inizio del 2000 a Cochabamba, nell’altopiano  aymara e precisamente nella città di El Alto  e poi diffusasi in altri paesi del continente(Uruguay, Argentina, Venezuala ecc),  ha visto dispiegarsi una resistenza al pensiero unico capitalista e patriarcale attraverso molteplici esperienze di costruzione di “un mondo capace di contenere mondi diversi”. L’importanza di questi contributi analitici ed esperienze dal basso “risiede soprattutto nel dare una nuova ispirazione a quella che appare la più profonda crisi in cui siamo immersi “qella dell’immaginazione politica e sociale”: (i testi tra virgolette citati sono del gruppo ‘camminar domandando’ che potete trovare anche in internet).
Gustavo Esteva in uno dei suoi interventi del 10/4/2013 all’ex-M 24 (spazio autogestito via Fioravanti 24) soteneva che non siamo in presenza solo  di una classica crisi ” di quello che tecnicamente chiamiamo il modo di produzione capitalista, ma ad un crollo golobale di civiltà, poichè questo modo è avviato alla fine; si è trovato esausto, ha avuto bisogno di scappar via dall’economia reale, dall’economia produttiva, verso il settore finanziario. Questa fuga verso il settore finanziario ha creato innanzitutto un’illusione: l’illusione banale comune (condivisa dalle stesse classi sociali medio-basse) che il denaro possa produrre denaro”.
Ora prenderemmo in considerazioni altre affermazioni analitiche che Esteva espresse in quella dialogante assemblea dell’ex -m-24 di analisi della dominazione brutale del capitalismo ‘post-capitalista’  e  la voce dei  movimenti  indo-latini e  latino-americani collocati quest’ultimi in aree più metropolitane.
[…]
“gli enormi profitti specualativi del settore finanziario sono stati il frutto di un saccheggio sistematico dell’economia reale”
[..]
Abbiamo ora il paradosso di trovarsi in un mondo post-capitalista però con dinamiche precapitaliste. Per essere precisi, diciamo che ancora una gran parte dei profitti del capitale si ottiene in forma capitalista, con relazioni di produzione capitalistiche, ma le dinamiche del sistema non sono più lì.”
[…]
“E’ finito verso quello che possiamo chiamare accumulazione per via di spogliazione, di rapina. Il saccheggio si realizza ancora in una forma coloniale pre capitalistica. Questo è ciò che a suo tempo Marx  ha chiamato ‘accumulazione primitiva’. La forma principale di questo sistema di rapina è il saccheggio del territorio, complice una forma politica statale corrotta di dispotismo democratico con i poteri economici e politici transnazionali; un  modello di relazioni economiche e politiche che richiede violenza.”
[…]
Farò ora un esempio molto preciso di questo sistema di rapina e saccheggio del mio paese. Il governo messicano ha venduto a corporazioni private transnazionali, il 40% del territorio del Messico, concendole in concessioni per 50 anni principalmente per attività minerarie. E il governo stesso si è assunto l’obbligo di ripulire questo territorio dalla gente che vi abita. Ed è quello che sta facendo, cercando di spostare la gente, fondamentalmente indigeni(nativi), da queste terre date in concessione. Dal momento che la gente non lo permette e resite, il governo messicano ha organizzato una vera e propria ‘guerra’ con il pretesto del narcotraffico per spogliare la gente di quelli spazi di vita comunitaria, materiale ed esistenziale.”
[… ]
” lo schema post-capitalista richiede violenza e  l’eliminazione di tutte le forme democratiche. Viena alla luce il vero volto del sistema, che è quello del dispotismo democratico. Così la notizia della fine del capitalismo, che è morto, non è una buona notizia, perchè hanno preparato qualcosa di peggio da mettere al suo posto.”
Esteva poi arriva alla paradossale proposizione che “il regime capitalistico di oggi nel mondo non opera più sulla base della legge del valore e del lavoro astratto, ma con un’altra dinamica che lui chiama post-capitalista; (1)
 inoltre afferma che la parola crisi non è più sufficiente a comprendere questa nuova situazione che si è creata. Un colasso che trascina con sè l’intero pianeta. E questo significa per Esteva diverse altre cose. La prima è riconoscere la cosa più importante che si tratta di una civiltà patriarcale. Far capire che le strutture immaginarie e reali del patriarcato consolidato da migliaia di anni conosciuto come -dominio della natura e delle donne- è anche il presupposto delle società moderne capitaliste che hanno messo a valore, reificando e mercificando non solo le donne e la natura ma anche i corpi e le menti e così l’intera attività  umana materiale ed immateriale.
(1)approfondimento: il lavoro astratto capitalistico va inteso in senso marxiano come traformazione delle risorse nauturali e delle attività umane in merci e profitti, e come risultato del processo di accumulazione capitalistica primaria , reificazione e spogliazione senza socializzazione dei  profitti realizzati- in forma di -welfare state-, ciò che fanno invece i nuovi governi progressisti ora al ‘comando rappresentando’ in molti paesi del continente; però questi governi progressisti cominciano a  risultare insopportabili ai nuovi movimenti indo-latini perchè pur realizzando spese pubbliche, queste socializzazione del plus-valore prodotto si manifesta in forma minimale di welfare minimali e perdipiù perpetua forme neo-coloniali e capitaliste di spogliazione dei territori, con il mantenimento di forme di mono-cultura che non solo impoveriscono la fertilità dei territori ma trasformano radicalmente paesaggi, habitat e forme di relazione eco-antropologiche millenarie;  in questo momento i movimenti indo-latini richiederebbero invece forme nuove Commonfare- che loro chiamano – sviluppo sostenibile della pachamama -terra madre-, delle loro forme di comunità in divenire aperte alle nuove relazioni eco-antropologiche e eco-nomiche)

B
Dispersione dell’Uno democratico dispotico in molteplici forme di vita esistenziale, materiale e eco-antropologiche
Marco Calabria nella prefazione ad un altro testo “disperdere il potere” di Raul Zibechi così ci introduce nelle insorgenze e nelle nuove forme di organizzazione dal basso dei movimenti indo-latini: “non è l’elezione del primo presidente indigeno del Continente( cioè Evo Morales in Bolivia), il risultato più interessante ottenuto dai movimenti sociali indigeni”. Lo sguardo ‘interno’ ed ‘orizzontale’ di Zibechi  sugli avvenimenti boliviani del nuovo secolo scava molto più a fondo, alla ricerca della costruzione di poteri non statali, cioè non separati dalla società (e dalle comunità). La ricerca di Raul Zibechi sul campo investe soprattutto El Alto, una città di oltre 800.000 abitanti cresciuta ai margini settentrionali di La Paz, in pieno altopiano andino. Nella prima città aymara del continente, la ‘guerra’ del gas dell’ottobre 2013 è andata oltre ogni argine e la comunità indigena si è radicata, espansa  e cresciuta   per la prima volta in un territorio urbano. Sempre nella presentazione di Marco Calabria si parla di “un maestoso fiume in piena, l’ondata della ribellione aymara ha dissolto ogni istituzione -quello dello Stato e dello stesso movimento-(inteso nel senso  parallelo, progressista rivoluzionario alle comunità), disperdendo il potere-dominio in 500 ‘micro(auto)governi di quartiere e dispiegando tutta la potenza; la Potestas dell’Uno  viene dispersa in una molteplice dispiegata di potentia moltitudinaria, cioè la ‘capacità di fare’ dei cittadini’ autogestiti e autogovernati.
Potentia-in senso latino e spinoziano-deleuziano moderno di potenzialità della soggettività umana e sociale
Potestas- in senso latino e  hobbesiano moderno di dominio e di assoggettamento.
 E in questi momenti scrive Zibechi, che l’insurrezione mostra le zone d’ombra della società, in genere oscurate dall’inerzia imposta dalla dominiazione. Appaiono così le relazioni quotidiane -molecolari- della comunità; possiamo qui dire che Deleuze-Guattari avevano già intravvisto visto e all’opera in Europa questo divenire molecolare in alcuni movimenti anti-stituzionali post-68, e lo avevano enunciato in forma teorica in una loro opera minore -Una Tomba per Edipo-; questo agire molecolare l’avevano visto agire nelle aggregazioni sotterranee delle istituzioni totali -manicomi, carceri, scuole-università -caserme, famiglia ecc., e nelle dirompenti azioni di de-istituzionalizzazione e de-strutturazione del dominio ‘molare’ cristallizzato nelle molte forme di assoggettamento capitalistico-statale; questi processi di molecolarizzazione erano agite attraverso la costituzione di gruppi-soggetto-orizzontali-trasversali-de-ruolizzati e de-professionalizzati(psichiatria istituzionale, proletari in divisa, medicina del lavoro, gruppo di ricer-azione tra docenti e studenti, collettivi femministi, omosessuali, centri autogestiti di giovani proletari ecc. );  queste concatenazioni trasversali sono state sostenute con una trasparente complicità teorica per Deleuze e pratica per Guattari.
Per tornare di nuovo sull’azione molecolare e di relazioni comunitarie dei movimenti inodo-latini occorre fare attenzione,c i invita Zibechi, che “non esiste comunità, e questa è piuttosto una forma emergente che assumono i legami tra le persone in moviemento anche in contesti etnici quali quelli analizzati e vissuti”. Una forma non simmetrica(asimmetrica) a quello dello Stato e dei suoi apparati (simmetrici), differenti anche da quelle disegnate dalle strategie dei rivoluzionari pogressisti di mezzo mondo. La comunità è ma si fa.
Per Zibechi “i movimenti hanno oggi due soli modi di fare politica partendo dai limiti, da ciò che non si è stati in grado di fare o dalla potenza, da ciò che potenzialmente si potrebbe fare ma si dispiega solo in certi momenti. L’insufficienza ‘politica’ dei movimenti, così come, all’opposto, la loro autonomia, dipende anche dalle forme con le quali si esprimono. Se l’organizzazione non deve essere necessariamente una struttura esterna (partiti o sindacati o forme organizzate  di ‘movimento’ parallele ad esso), ma ciò che già esiste nella vita quotidiana o internità ad essa(questa è una delle novità  dei movimenti emergenti indo-latini e latino-americani dal basso :Argentina,Bolivia, Chiapas( Messico)….
Zibechi non manca però di rilevare che non esistono società, nè spazi sociali senza Stato (nella complessa società moderna con i suoi nessi amministrativi direi anch’io). Quando si parla di poteri non statali, si fa dunque riferimento alla loro capacità di ‘disperdere’ lo Stato o almeno impedire che si ‘cristalizzi’. Per Marco Calabria che cura il testo -disperdere il potere – questo ha un interesse anche per i lettori italiani, il fatto che poteri non separati dalla società nascano in una situazione urbana,  la città di El Alto, popolata da gente di diversa composizione sociale (minatori, operai indigeni-capesinos ecc.) costretta a migrare a causa  terremoto sociale prodotto in Bolivia dal modello neo-liberista (uso delle terre anche  comuni per scopi agro-industriali o minerarie da parte di compagnie transnazionali)  . Si sottolinea criticamente anche che la rappresentanza(democratica) , sebbene ‘eletta’, come afferma anche Max Weber comporta sempre una relazione di dominio. Trasforma la persona in mezzi per produrre fini (comando sulle genti), aggiuge Zibechi. Allora ci si domanda esiste un’altra via possibile?  C’è un’alternativa secca tra il ‘comandare rappresentando’ e la semplicie organizzazione del percorso di una decisione comune come camminar domandando’ in mezzo alla tua gente?
E poi un’ altra domanda : il concetto  non identitario di comunità così come rinventato ed esperimentato  (come relazione tra persone autonome che condividono forme di vita esistenziale, materiale e sociale),in modi e contesti diversi, può valicare i confini storici e geografici?
Quello indigeno secondo Marco Calabra è certamente un ambiente particolare, dove il ‘noi’ ha un peso assai maggiore di quello  (del) nostro (‘io’), ma anche qui, ad esempio a Scanzano (aggregazioni dal basso contro il deposito scorie nucleari) o in Val di Susa (contro l’alta velocità), abbiamo visto processi in qualche modo paragonabili;
Ma qui  aggiungerei a parte alcune esempari lotte sopra ricordate,  il potere-dell’Uno democratico dispotico- ha disperso ormai da tempo  il nostro possibile noi-comunitario -il molteplice – -frammentandolo in una miriadi di ‘io’ deboli, narcisiti, conformisti, precari o in  ‘noi’ subalterni lobizzati, assoggettati. Questo non vuole dire che non si può esperimentare una tale  democrazia radicalissima,  ma per farlo bisogna essere consapevoli per prima cosa di questa interiorizzata frammentazione  culturale prodotta da una sotterranea ideologia individualistica neo-liberista che attraversa e conforma l’intero corpo sociale precarizzandolo  e confermandolo per target. Su questo Pasolini aveva colto questi segni di distruzione culturale e di afasia dei giovani nelle borgate romane con l’arrivo della televisione, e anche dell’emergere di una neo-lingua omologante; una devastazione che paragonava all’arrivo delle SS;  però quando denunciava  la tv come responsabile di tutto questo, si riferiva alla televisione pubblica di Bernabei, direttore in quel tempo della tv di Stato; in realtà aveva colto anticipatamente il ruolo passivizzante del medium freddo direbbe Mc Luhan, ma non ebbe modo di  esperimentare fino in fondo questo incubo, per la sua prematura scomparsa o assassinio politico;  in realtà questa apocalisse culturale non era tanto prodotta dalle tv statali ma da quel non ancora emerso biscione di tv commerciali che avrebbe alterato non solo il tessuto culturale ma anche quello politico. Si coglie immediatamente la differenza di clima e opinione pubblica viaggiando in Europa.
E sempre Marco Calabria si “domanda camminado”:il fatto che le juntas vicinales (spazi di auto-organizzazione e decicisione vicinale) di El Alto -che più piccole sono e più  forti sono – è un paradosso irripetibili ?.  Per fare un solo esempio italiano:  la possibilità che c’era all’inizio del secolo XXI di riunire le decine di forum sociali spuntati come funghi prima e dopo Genova(2001) in un Forum sociale italiano permanente avrebbe dato  al movimento più forza o maggiore visibilità? A questo proposito avanzerei una ulteriore domanda:  non è proprio questo processo concentrazionale di massa a Genova o dopo Genova da considerarsi la causa della dispersione del molteplice e la  riaffermazione di un ‘Uno democratico dispotico’?;  non perchè non si dovessero intrecciare relazioni tra i molteplici forum ma perchè l’egemonia esercitata da settori organizzati separati o paralleli al movimento diffuso ed autorganizzati nei territori ha determinato un soffocamento e una  centrifugazione di esso o di esse. Syriza in Grecia e Podemos oggi in Spagna dimostrano che l’indignazione diffusa ed autorgnizzata può anche esprimere livelli di “camminar domando e trasformando”. Un altra cosa importante da sottolineare è che a El Alto il principale protagonista ‘dell’occupazione’ (o dell’affermazione della dimensione anche materiale) è il lavoro informale. Zibechi scrive di non avervi rivelato divisione, perchè ‘i compiti vengono svolti in maniera comunitaria e non c’è separazione tra il lavoratore e ciò-che-fa’. In un ambiente urbano, non esisterebbe dunque relazione operaio-padrone ma solo forme di cooperazione e produzione autogestite, sebbene dipendenti dal mercato.
C’è da aggiungere che le forme di reciprocità e condivisione dei popoli nativi espressi in forma moderna nei movimenti indo-latini hanno trovato cittadinanza anche El ALto, con una diffusa proprietà urbana  in-divisa e forme di socializzazione del reddito autoprodotto.  Può essere un’esperienza interessante (non certo modello)  anche per chi cerca vie d’uscita dal precariato che travolge il lavoro o lavori nei paesi avvanzati si domanda Marco Calabria?  Le pagine di questi libri -disperdere il potere – di Raul Zibechi come -l’elogio dello zapatismo- di Gustavo Estevara raccontano il cuore  indigeno del Sud America o dell’Abya Yale dei nativi, e cercano di farci ascoltare le voci, raccontarci delle forme di vita auto-organizzate delle genti comuni e delle comunità, ma innanzitutto di condividere le loro esperienze non per imitarle ma per ispirarvisi.
Testi uitilizzati di  ricerc-azione sociale:
Gustavo Esteva: Crisi sociale ed alternative dal Basso-autoprodotto dal gruppo -camminar domandando- stampato in proprio
Raul Zibechi:Disperdere il potere -Edizione Carta-Intra Moenia-Napoli
Gustavo Esteva: Elogio dello Zapatismo-Fondazione Neno A^Zanchetta -Lucca libri Karma sas – 

il Testo -Disperdere l’uno dispotico democratico in molteplici forme di vita esistenziali, materiali e sociali dal basso non separate e non parallele ma interne alle comunità- è stato elaborato da Pino de March della Comune Accademia Comunimappe

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 DIALOGHI D’AMORE E VIGILIA D’AMORE DI VALENTINA E VALENTINO

DIALOGHI D’AMORE E VIGILIA D’AMORE DI VALENTINA E VALENTINO
“Un giorno ero già avanti con gli anni, in una hall mi è venuto inontro un uomo. Si è presentato e mi ha detto: “la conosco da sempre. Tutti dicono che da giovane lei era bella, io sono venuta a dirle che la trovo più bella ora, preferisco il suo volto devastato a quello che aveva da giovane”. Penso solo ad un’immagine che io solo vedo ancora e di cui non ho mai parlato. E’ sempre lì, fasciata di silenzio, e mi meraviglia. la prediligo fra tutte, in lei mi riconosco, mi incanto.”
L’amante Margarite Duras
LA LIBERA COMUNE UNIVERSITA’ PLURIVERSITA’ BOLOGNINA 
                                                                                                            PROMUOVE
 Lezione e dialoghi interattivi e sera notte vigilia d’amore di valentina e valentino
NEL PERCORSO SEMINARIALE SEMESTRALE
AUTOEDUCAZIONE EMOZIONALE AL GENERE E AL TRANSGENERE
RICERC<AZIONE<CAMBIA<MENTE<ATTRAVERSO<LEZIONI E DIALOGHI INTERATTVI
VENERDI’ 13 FEBBRAIO 2105
dalle 18,15 alle 20,30
RELAZIONA:
GABRIELLA COVRI

FILOSOFA <RICERCATRICE <AUTRICE<
L’amore al maschile e al femminile con presentazione suo breve saggio ‘de amore’.
ACCORDA:
PINO DE MARCH <RICERCATORE DELLA COMUNE ACCADEMIA – COMUNIMAP
PE
Dalle 20.30 alle23
segue sera-notte di convivialità e vigilia
D’AMORE DI VALENTINA E VALENTINO
ognuno pori dei cibi salati e dolci
la Comune Accademia provvede con vino ed acqua
VIA SERRA 2/F -HUB 57 /TRAVERSA TIARINI
AUTOBUS 11-17-27 <fermata via matteotti<bolognina
ENTRATA LIBERA E CONTENUTI OPEN SOURCE o Contenuti della COMUNE UMANITA’

CONTATTI: COMUNIMAPPE@GMAIL.COM
INFO 1: WWW. COMUNIMAPPE@BLOGSPOT.IT
INFO 2: WWW.VERSITUDINE. NET

Presentazione lezione interattiva
Il saggio “de amore” di Gabriella Covri, nostra ricercatrice e docente della Comune Accademia- Comunimappe, si presenta informato alla leggerezza, ove la scrittura colta e accademica si mischia ad osservazioni sul presente e sul vissuto, a volte con ironia.
Il tema dell’amore viene affrontato attraverso l’analisi di testi filosofici, dal Simposio platonico alle corrispondenze tra Abelardo ed Eloisa; dal Diario di un Seduttore di Kierkegaard alle Riflessioni sull’amore di Lou Salomè.
Si tratta di attraversamenti testuali che portano a riflettere su cosa sia l’amore, quali siano le visioni maschili e femminili dell’amore, a farne insomma una genealogia che coinvolge anche una critica al concetto di genere. Il testo si apre poi al presente, allo stato attuale delle cose in tema di sentimenti, invitando il lettore ad una scelta, che è una scelta di vita. L’amore infelice, l’amore narcisistico, è molto lontano sia dal discorso di Diotima che da quello di Eloisa e della Salomé, ma vicino piuttosto ad una idea disocciata di corpo e di anima e d’amore sofferto da Abelardo e Johannes. Spetta a noi capire di cosa parliamo e cosa vogliamo quando pronunciamo la parola “amore”; spetta a noi scegliere se vogliamo votarci all’infelicità o alla gioia. Nella lettura si assopora il passaggio dall’amore al piacere di amare. Con questo sostiene l’autrice “non si vuole certo arrivare alla facile conclusione che le donne sappiamo amare e gli uomini no. Per quanto mi riguarda, non esiste e forse non è mai esistita un’identità femminile ed una maschile legata al dato biologico. Non penso neppure che si possa parlare di Donna e di Uomo in generale: l’identità di generesi mischia ad una serie infinita di altre identità, da quella storica a quella geografica, da quella culturale a quella socio-economica. ..
[….] Pur tuttavia è innegabile che si possa fare una genealogia del femminile, in genere tra l’altro disegnata al maschile. E con questa genealogia in qualche modo ognuno di noi fa i conti quotidianamente, con tutti gli stereotipi che siporta dietro.
[…]
Viviamo un’epoca d’identità di genere molto liquide e, grazie e malgrado ad un malinteso concetto d’uguaglianza, molte donne hanno ormai assunto posizione di potere e si comportano come gli uomini. Anche nelle relazioni d’amore. Si assiste ad un fenomeno di rovesciamento e non trasfomazione della dominazione (maschile/femminie) con la maschilizzazione del femminile ed un ripresentarsi in forma violenta e criminale del maschile. Dunque non di dato biologico si tratta, ma di due diverse visioni dell’amore, delle quali diremo che una rimanda al principio femminile, all’amore per l’altro e alla cura e l’altra al prinipio maschile e all’amore per sè, senza per altro ancorare elusivamente il primo alle donne e il secondo agli uomini. Una visione creativa, felice e aperta, ed una nomadica e infelice. Sta a noi decidere quale sciogliere.
[…] l’amore non è un romanzo, è vita vissuta; l’amore s’impara con l’amore; l’altro sia esso figlio o compagno, non è cosa nostra è persona, richiede tempo attenzione e presenza ma può dare eternità, perchè tutto ciò che costruiamo giorno per giorno, durerà molto oltre la fine di ogni amore.
Biografia.
Gabriella Covri si è laureata in Filosofia con una tesi sul pensiero di M Foucault, di cui ha seguito i corsi al College de France. Ha insegnato nelle università di Fiume (Cro) e di St. Louis (Missouri) occupandosi di teoria della differenza e di analisi testuale.
Testo a due mani pensato ed  elaborato da Gabriella Covri e Pino de March -della Comune Accdemia -Comunimappe-

AUTOEDUCAZIONE EMOZIONALE DI GENERE E TRANS-GENERE


LA  LIBERA COMUNE UNIVERSITA’  PLURIVERSITA’  BOLOGNINA




PRIMUOVE 


RICERC<AZIONE<CAMBIA<MENTE<ATTRAVERSO<LEZIONI E DIALOGHI INTERATTVI




SEMINARIO SEMESTRALE  
AUTOEDUCAZIONE EMOZIONALE DI GENERE E TRANS-GENERE





Lezione e  dialoghi interattivi 

VENERDI’  06  FEBBRAIO 2105 

                    dalle 18,15  alle 20,30



NUOVE GENERAZIONI:  
DESIDERI, CORPI, RELAZIONI E MODELLI CULTURALI DI FEMMINILITA’ E MASCHILITA’ 


RELAZIONA: 
MAIO MARIA AGNESE <FORMATRICE  EDUCAZIONE AL GENERE (GENERI/TRANSGENERI)

ACCORDA: 
PINO DE MARCH <RICERCATORE DELLA  COMUNE ACCADEMIA – COMUNIMAPPE


SPAZIO COMMUNIA <FREE  SMOKE <
SERRA 2/F -HUB 57 /TRAVERSA TIARINI 

(AUTOBUS 11-17-27 <fermata via matteotti<bolognina)



CONTATTI: COMUNIMAPPE@GMAIL.COM 


ENTRATA LIBERA  
CONTENUTI OPEN SOURCE < COMUNE UMANITA’
Presentazione alla lezione e dialoghi interattivi .                                    
 Nuove generazioni: desideri, corpi, relazioni e modelli culturali di femminilita’ e maschilita’


Come premessa e nello stesso tempo presentazione della lezione interattiva nel percorso tracciato di educazione al genere, vorrei partire da alcune riflessioni metodologiche scelte dalla ricercatrice-formatrice AgneseMaria Maio, tratto da una miscellanea di ricercatori/trici :
“Note dal campo: riflessioni metodologiche e strumenti per fare educazione al genere”(capitolo 9- paragrafo 9.2 del testo Educare al genere-Carocci editore).

L’autrice A.M:Maio premette: per metodologia didattica indico come le docenti o gli educatori articolano una serie di apprendimenti, e poi prosegue nel tracciare come questi avvengano attrraverso:
a) la ricerca ed elaborazione di materiali;
b) la conduzione della didattica
c) la scelta delle tecniche utilizzate per comunicare
d) la predisposizione dei setting o ambienti di appredimento
e) i linguaggi appropriati

Tra questi indicatori di apprendimento voglio approfondire quello sui “linguaggi appropriati“,  non perchè gli altri indicatori non siamo importanti ma perchè questo è quello che a me sembra influenzi maggiormente la formazione delle opinioni e dei comportamenti delle nuove generazioni attraverso la riproposizione di pregiudizi e stereotipi, arcaismi incarnati in quello che K. Jung chiama archetipi dell’inconscio collettivo, inconscio di cui siamo parlati direbbe Lacan, che condiziona pesantemente il vissuto dei singoli e il vivere comune nel tempo. E questo linguaggio incoscio viene utilizzato a piene mani da parte dei pubblicitari; in questo tempo molto dell’inconscio giovanile è elaborato e presente in modo implicito a volte anche molto esplicito pubblicità; si parla che un ragazzino o ragazzina nel corso dell’età evolutiva abbia assorbito ore ed ore di pubblicità presente ad ogni piè sospinto.
Anche l’autrice nei suoi interventi non sottovaluta nè trascura di analizzare ed approfondire questo punto, che anche per lei svolge un ruolo cardine per una appropriata educazione al genere.

Ora voglio riportare il punto di vista dell’autrice, commentarlo e ad esso aggiungere altri sguardi: “la predisposizione per svolgere un’appropriata educazione al genere è quello di porre attenzione a quale linguaggio usare nella relazione in classe con i propri/e studenti/esse” (o nei contesti allargati della quotidianità educativa, quali famiglia e società, aggiungerei).
Il testo virgolettato e tratto da A.M.Maio -“Note dal campo:riflessioni metodologiche e styrumenti per fare educazione al genere”(capitolo 9- paragrafo 9.2 deldel testo Educare al genere-Carocci editore)

Poi proseguendo nella dissertazione l’autrice approfondisce ed esemplifica il ruolo della lingua italiana:  “diversamente da quanto si pensi, la lingua italiana non è un liguaggio sessista perchè è una lingua sessuata. Come ricorda (la filosofa femminista) Luce Irigaray, ‘parlare non è neutro’ e quindi porre attenzione alla differenza di genere nel linguaggio non significa intensificare le differenze, ma semplicemente non silenziarle con l’utilizzo di un linguaggio apparentemente neutro, ma in realtà androcentrico“(note 1 a piè pagina).                                                                    Per esemplificare : “non è corretto utilizzare il genere maschile nei nomi dei mestieri, delle professioni e delle cariche, nel caso ci si riferiscano a donne. Declinare solo al maschile significherebbe creare situazioni ambigue(controverse), che non lasciano spazio per immaginare una professione adatta ad una donna, ma solo di pertinenza dell’uomo(inteso come maschio). Declinare al maschile e al femminile è per questo motivo una ‘buona prassi’ che dà visibilità linguistica anche alle donne. Questa attenzione in altri termini, porta a valorizzare il rapporto che esiste tra parola, valori e costruzioni della realtà.

La diversità non dev’essere occultata, ma riconosciuta come luogo particolare che implica per uomini e per donne, modalità diverse di esperienza, percorsi non simmetrici e non riducibili gli uni alle altre. Dato che l’obiettivo dell’educazione al genere non è semplicemente ampliare le conoscenze d base di studenti e studentesse (il piano dei saperi) ma portarli/le alla cosapevolezza della propria identità di genere (nota 2 a piè di pagina) e offrire strumenti critici di analisi e de-costruzione, in secondo luogo è importante stimolare non solo le loro capacità cognitive e razionali, ma anche quelle emotive e relazionali. Bisogna quindi saper valorizzare anche i paini del ‘saper fare’ ovvero sviluppare competenze (tecniche) comunicative e relazionali, e il piano del ‘saper essere’ , indirizzato ad una maggiore conoscenze del sè, dei propri valori, dei condizionamenti culturali, dei propri vissuti e delle proprie aspettative [….]capace di integrare i piani del ‘sapere’ e del ‘saper essere’ ed attivare fra questi un circolo virtuoso. Se è infatti necessario fornire conoscenze, informazioni e nozioni offrendo una preparazione multidisciplinare a partire dal genere (sia essa storica, sociologia, antropologica e filosofica), bisogna soprattutto saper costruire luoghi all’interno dell’ambiente scolastico in cui sia possibile apprendere competenze comunicative e relazionali a partire dall’esperienza, dove sia permesso apprendere mentre si opera e mentre si svlgono attività. E’ quindi indispensabile, infine facilitare una maggiore consapevolezza nei ragazzi e nelle ragazze propri vissuti e sugli attegggiamenti che riguardano la maschilità e la femminilità.”.
Il testo virgolettato e tratto da A.M.Maio -“Note dal campo:riflessioni metodologiche e styrumenti per fare educazione al genere”(capitolo 9- paragrafo 9.2 deldel testo Educare al genere-Carocci editore).

Altri elementi che contribuiscono all’educazione al genere: infine l’autrice A. M. Maio sottolinea che fare una appropriata educazione di genere oltre alle metodologie didattiche considerate, va integrata la prospettiva di genere sia all’interno delle materie di insegnamento, sia nel predisporre attività complementari al percorso scolastico. Ed inoltre ribadisce come del resto aveva già fatto Elda Guerra, un’altra co-autrice all’interno di questa miscellanea a più mani, ricordando che la lezione frontale era stata superata negli anni settanta da lezioni interattive e laboratori ove studenti e studentesse; ed in questi mutati contesti d’apprendimento si evidenzia che gli studenti/essesi sentono maggiormente coinvolti/e.                   Aprofondimenti: per esperienza posso dire che bisogna integrare nell’educazione piani e contesti differenti d’apprendimento:                                                                              
la lezione frontale per fornire informazioni, materiali e conoscenze di base, e questi d  evono sempre esporre la complessità e la pluralità di visioni sull’argomento;                                                                                                                        
la lezione interattiva come momento dell’ elaborazione comune delle conoscenze là dove sono presenti, altrimenti bisogna procedere ad immetterne nella classe o gruppo da parte del/la docente, formatore/trice o dal/la esperta, ,                             
il momento laboratoriale per claonfrontare contenuti esperti con contenuti appresi nella scuola o da altre fonti di informazioni-conoscenza (famiglia, territori sociali, biblioteche e social-network)-
Come anticipavo volevo aggiungere alcuni commenti e riflessioni sul ruolo della lingua quando viene prosciugata e sterilizzata e banalizzata col finire per perpeturate stereotipi e fobie sociali (omo, lesbo, trans ecc.).                                                                                                                                           
 Agnese Maio afferma: diversamente da quanto si pensi, la lingua italiana non è un linguaggio sessista, perchè è una lingua sessuata.
A questo proposito condivido quanto espresso da Agnese Maio però voglio annotare alcune mie riflessioni in proposito.
La lingua italiana ma anche la sua grammatica è aperta plastica e per questo permette un uso progressivo, mutante, creativo ed includente; forse in modo più accentuato l lingua tedesca con la possibilità di concatenere parole per ritrovarsi con nuove parole e significati, oppure trasformando verbi in sostantivi o viceversa.
La lingua e la grammatica italiana però ha una caratteristica molto partiolare, non è esclusivamente la diffusione e la pratica in tutto il territorio italiano del dialetto fiorentino, oppure una lingua calata dall’alto, ma l’invenzione della medesima fatta nel trecento da Dante e non solo, è la fusione di parlate geografiche italiofone in una forma di meticciato antropologico e di altri fattori complessi come emozioni e valori; una lingua direbbe Kafka minore, non minoritaria perchè in essa le minorità trovano spazio per esprimere la loro singolare e molteplice forma della vita e delle espressioni delle genti del la Penisola; genti latine e barbariche si sono fuse,confuse e rigenerate per secoli in volgari forme linguistiche romano-barbariche.  Però stessa aperta lingua e grammatica italiana la si può far regredire fino a diventare afasica e fobica soffocando con i suoi utilizzatori;                                                                                           

  la lingua in sè non neutrale e può esprimere l’eros e le molteplici forme del vissuto sessuato, ma i suoi uitlizzatori possono a volte censurarla, banalizzarla, mutilarla, malttrattarla ed allora essa diventa misogena, omofoba o xenofoba, piegata e violentata e resa sessista (vi ricordate le uscite di Bossi, o di Berlusconi entrambi indegni senatori della nostra Repubblica ).                                       La lingua italiana è sessuata perchè quando si vuole comporre una frase bisogna sempre per prima cosa pensare al soggetto della frase che si vuole esprimere, e il sesso del soggetto non lo si può facilmente neutralizzare e nemmeno celare; a volte capita di parlare genericamente di umanità o di uomini sottointendendo i diversi generi in essa celati, ma tale occultamento non sempre è possibile. Una volta individuato il soggetto bisogna cercare il verbo che generalmente come sostiene Roland Barthes indica le possibilità dell’agire o non agire, e qui emerge la libertà o l’interdizione del soggetto ad agire, e poi si cerca un aggettivo che qualifichi il soggetto e le sue azioni o non azioni.  E in questa complessa composizione il soggetto può articolare libertà, autonomia, espressioni, immaginazione, passioni e progetti ma anche subire il dominio ed esprimere servilismo.  Nell’uso non sterotipato della lingua e nella resistenza al dominio dei movimenti liberazioni dei soggetti emergenti si può parlare di enpowerment (invenzione concettuale e linguistica della femminista Barbara Solomon, 1976) che indica concretamente affermazione di sè, autodeterminazione, prendere autonome decisioni o atrattamente acquisizione di nuovi diritti.


Archetipi patriarcali depositati nella lingua
Ora voglio raccontare un aneddoto (un’esperienza poco nota, vissuta tra il privato ed il pubblico) che permette ulteriori approfondimenti sull’uso della lingua ma nello stesso che fa emergere il dominio sotterraneo in forma di archetipi pratriarcali presenti nella lingua; alcuni anni fa ero stato invitato al Festival europea della poesia di Francoforte sul Meno per parlare in uno dei workshop, di quelli serali sparsi nei caffè della città, della poetica civile o dell’impegno poetico e civile di Pier Paolo Pasolini(dalla scomparsa delle lucciole ad Alì dagli azzurri, pasando attraverso quella sottile distinzione tra progresso e sviluppo. (nota 3 a piè di pagina)
A tarda notte, al termine della prima giornata che prevedeva solo letture di poeti/e europei/e invitati al Festival, che si svolgevano nella grande sala, che è stata a suo tempo sede del primo Parlamento nazionale tedesco-1848- , sala su cui volteggiava sospesa dall’alto una gigante aquila a due teste, che metteva una grande soggezione ma anche incuteva quel rispetto dovuto che nasce dalla paura e non quello riconosciuto della libertà, ci siamo trasferti in una Gasthaus (osteria con cibi tedeschi)che si trovava a pochi passi, sempre nella piazza del Municipio – il Roemer-Palazzo – edificato in stile gotico tedesco che è sede da 600 anni della municipalità di Frankfurt am Main e a pochi passi dal Fiume Reno che attraversa la città.               Una volta che tutti/e (-10 persone circa) ci siamo seduti attorno ad un tavolo rettangolare, la poeta, animatrice e invetrice del Festival Marcella Continanza, come tradizione mediterranea, appena seduti ha ordinato un buon vino bianco tedesco Riesling e subito dopo ci ha presentato e chiesto ad ognuno di parlare della propria vita attiva ed esperienza di impegno civile e poetico nella sua città.
Quando è arrivato il mio turno mi sono presentato come ricercatore filosofico sociale e poeta civile e che per poesia non intendevo solo quel esercizio quotiiano di espressione e di scrivere versi in senso letterrario ma anche in senso lato di immaginare attraverso scrittura e versi, nuovi immaginari sociali e visioni di mondo capaci di ricreare dissidenti opinioni pubbliche e trasformazioni sociali;                                                           
  e aggiunto che nelle mie poetiche tengo sempre come riferimento o bussola:                                                                                                                                     
 a) il mondo delle minorità sociali (non in senso puramente minoritario ma capaci di aprire varchi, paesaggi , mondi nuovi abitabili e sostenibili socialmente e ecologicamente all’interno della lingua);
b) le periferie delle città con le loro popolazioni glo-cali, antropologimente meticciate e precarizzate in senso materiale ed esitenziale, meticciate da presenze migranti interne ed esterne, con tutto quel faticare a divenire mondo di umani ed uguali;
c) le dissidenti destrutturazioni inter-culturali in contrasto con l’omologante neo-lingua dello sviluppo(economico-finanziario) e con vetero-lingua arcaica delle passioni tristi e risentite che si manifestano nelle quotidiane paronoie e fobie sociali, costanti nella reattività al progresso e complici dello sviluppo);
d) l’invenzione di una tras-lingua della minorità emergente tra i fori aperti dalla presenza di soggettività consapevoli e da occupazioni di spazi nei territori dominati dalle lobbies(spazi sociali autogestiti territoriali).
E che l’autorialità pubblica con cui mi concateno agli altri è da anni Versitudine(parola valigia che indica la relazione tra versi e moltitudini, tra versi e latitudini, versi e longitudini e tra versi nuove consuetudini sociali dal basso).
E poi ho parlato delle iniziative con il gruppo di poete 98 – donne e poesia (Serenella Gatti Linares e Loredana Magazzeni e altre), e ho evidenziato che loro sempre sottolineano in ogni pubblica iniziativa di essere poete e non poetesse.
Su questa mia sottolineatura Jaqueline Risset (morta 3/9/14 a Roma), italianista, poeta, saggista e tradutrice nelle due direzioni italiano verso francese e francese verso italiano, colei che fece conoscere Dante Alighieri ai francesi e i filosofi critici di Tel Quel a noi italiani (tra J. P. Sartre, P. Sollers, Kristeva, R.Barthes, M. Foucault e altri),
prende parola affermando che:  ogni volta che nella lingua si usano sufissi,  elementi che si combinano alla base delle parole per crearne delle nuove e rappresentano le suffissazioni una delle principali risorse per arricchire la lingua ma per indicare delle derivazioni da entità (soggettività) originali.
Infatti e qui torno a inserirmi : è il modo più comune per ottenere (o far derivare) il femminile dei nomi: aggiungendo la desinenza (a) al maschile(o,e);                                                                                                                 esempio:                                                                                                                                   
 cuoco /cuoca                                                                                                           
 signore/signora
e qui praticamente mi pare ci sia ancora differenza ed eguaglianza tra il maschile e il femminile;
là dove invece il femminile perde la sua autonomia linguistica ed espressiva è proprio nei suffissi essa-e, come nel caso in questione di Poeta/poetessa.
E’ che questa ultima suffissazione tende a ricondurre il generare evolutivo spontaneo della lingua ad una dimensione gerarchica patriarcale e creazionista.
A questo punto si prende di nuovo la parola JaquelineRisset e dice: come raccontano le scritture bibliche nella Genesi Dio dopo aver creato Adamo prese una sua costola per creare Eva (nota 4 a piè di pagina).
E qui mi riserisco, l’evoluzione della specie come della lingua viene rovesciata nel suo contrario, in quanto l’uomo anche nella fase embrionale e fetale come nella fase di gestazione convive e partecipa fino al momento di essere partorito del corpo femminile; anzi è il maschile che si origina dal femminile, a parte il momento iniziale della seminazione e concepimento, così anche avviene nell’apprendimento della lingua e nei primi mesi di vita , attraverso lo scambio di informazioni materiali, sensoriali e linguistiche tra madre-bambino/a in un processo fusionale di corpi-bocche-seni ed occhi.                                                                                              
 Anche se oggi molti maschi ‘dissidenti’ che  condividono questa esperienza di gestazione emozionale  accanto alla donna in una forma di co-generazione affettiva.  
E qui ritorna con brillante e fulminate concettualità femminista Jaqueline Risset: vedete i suffissi (essa-e) sono l’equivalente linguistico immaginario patriarcale della costola, equivocando che non ci può essere autonoma struttura (la donne non si sostiene senza la 13 costa maschile(paia di coste), nè possbilità di intraprendere nessuna vita concreta attiva da parte delle donne, ma solo costitutiva dipendenza dal maschile.
Invece, se le donne si riprendono la parola, se cominciamo tutti/e a rifiutare i suffissi con le varie derivazione e dipendenze, possiamo inventare e ondividere nuove forme linguistiche che rimandano a originarie vite attive praticabili al femnminile (come poeta, ministra, parlamentare, docente, inventrice, autrice, scrittrice, formatrice); lasciamo invece i suffissi al mondo animale come leone-essa.

Teologie lingustiche ed antropologiche
E poi aggiugo ricordando che in una corrispondenza tra Walter Benjamin e il suo amico teologo G. Scholem, così innovava l’interpretazione della “creazione” (partizione della Genesi):”Dio non ha creato dal nulla le cose animate ed innanimate, le cose erano già, lui si è limitato a darle un nome, le ha nominato e in questa attività di nominazione le cose hanno comincaito ad esistere; quindi è attravernso la nominazione e la rigenerazione culturale delle cose generate dalla natura ch il mondo comincia a esistere per noi umani. Dio stesso è il nome che diamo per indicare teologicamente il tutto e per noi non credenti (o atei o agnistici evolutivi) è il vivente.  Le donne e le poete possono partecipare allora della loro rigenerazione culturale dopo secoli e secoli di creazionismo-e di subalternità patriarcale liguistica ed esistenziale.
La lingua allora può essere sessuata, vissuta, abitata da ogni genere umano e di altro vivente.
Altre riflessioni sulla libertà nella lingua: lingua come rifugio alle banalità e agli stereotipi diffusi e ripetuti nella quotidianità
Normann Manea romanziere rumeno ma dallo spirito cosmopolita(nato Bucovina 1936), sopravvissuto alle persecuzioni naziste (1941-45), censurato durante il regime socialista-totalitario di Ceauscescu(dal 1946-85) , e poi migrato alla metà degli anni ottanta a New York, ove oggi insegna e vive, in un’intervista di Marco Dotti del “il Manifesto” il 5/02/15 parla del vissuto della lingua e della scrittura, che concepisce come pagina bianca da riempire e come gesto di sifda ai regimi totalitari ma anche come rifugio dalla banale quotidianità stereotipata.
Riporto alcuni frammenti di N. Manea per rinforzare quanto diceva Agnese Maio a proposito di ciò che consente la lingia italiana ma in generale tutte le lingue; cioè che la lingua permette non solo di pensare e dire e scrivere l’inespresso ma anche di manifestare ciò che la censura in momenti storici diversi vorebbe non emergesse, per esempio le varie forme della libertà di espressione, dei vissuti dei molteplici generi. Da sempre i poteri ispirati al patriarcato vorrebbero che le lingue fossero tagliate, neutre e occultanti le minorità sessuali (donne, lesbiche, omosessuali e trans-sessuali ecc).  Manea rivela all’intervistatore: “la lingua e la letteratura erano perme un rifugio dalla banalità quotidiana. Meglio:erano una vera protezione. La sola che avevo, in Romania, quando sono tornato dal campo di detenzione e ho cominciato a leggere, a studiare, a scrivere. Mi sono costruito una fortezza, dove poter coltivare qualcosa che non sapesse di stereotipo.                                                                                […..] La letteratura, allora era chaiamata a svolgere anche una funzione che altri – i giornali ad esempio – non erano ingrado di svolgere. Quando viviamo immersi in un ambiente totaitario, dove la lingua viene prosciugata, insterilita, conservare la lingua, custodirla, è un gesto clandestino, spesso condotto in solitudine, ma nella convinzione he non si è soli e, dall’altra parte del muro, qualcuno che non è un delatore o un censore saprà ascoltarti. la lingua custodisce l’umano, proprio nel punto in cui il potere mira a sofforcarlo.          &